NARTH Sign up for email updates

Sign Up
     Home       Get Involved       About NARTH       Main Issues       News Watch       Announcements       International       Available Resources       Donate   

from Translations in Other Languages

Presentation on Homosexuality by Joseph Nicolosi, Ph.D., Translated into Italian--Part II

Sintesi della seconda parte della conferenza di Nicolosi del 5/6/2003

Questa seconda parte della conversazione di oggi è più specificamente destinata agli operatori in campo psicologico, benché possa essere di aiuto per chiunque voglia comprendere concretamente su cosa si basa la terapia ricostituiva.

A prima vista qualsiasi presentazione sulle tecniche psicoterapeutiche può sembrare semplicistica, riduzionistica e portare ad un travisamento circa la complessità e quantità di sfumature che sono sempre presenti nella personalità individuale di ogni paziente.
Anche se tutto questo è vero, bisogna però, per potere arrivare a comunicare strumenti fondamentali che siano concettualizzabili e nello stesso tempo adattabili, tentare di esemplificare una direttiva "di base" per un efficace intervento terapeutico.
Innanzi tutto il ruolo del terapeuta nel caso della terapia ricostituiva dell'omosessualità maschile assume un ruolo del tutto peculiare:
Abbandoniamo infatti la posizione tradizionale e neutrale - l'immagine "opaca" classica dello psicoanalista secondo Freud : non vogliamo stimolare di nuovo la frustrazione del padre disinteressato!
Segue una indicazione fondamentale: benché non esistano assolute controindicazioni, e fino ad un certo livello il terapeuta può essere indifferentemente uomo o donna, ad un certo punto è preferibile e confermato dalla prassi concreta sviluppata con centinaia di pazienti che per uomini omosessuali vi sia un terapeuta uomo e per donne lesbiche una terapeuta donna.
Questo per favorire l'identificazione in cui il terapeuta maschio diventa il padre forte buono ed accogliente, e la terapeuta femmina la "madre".
Lo stile terapeutico deve essere attivo, attraente, capace di dare risposte, altamente "empatico" (sensibile), riflessivo, in armonia.
Il terapeuta deve essere disposto a parlare in verità, lavorando molto sui sentimenti :
      - "Che ci sta accadendo ora?"
      - "In che modo tu ed io ci capiamo in questo momento?"
      - "Che cosa è appena successo di nuovo tra di noi?"
Attraverso un rapporto maschile basato sulle A (Attenzione, Affetto, Accoglienza, Approvazione), quindi affettivo ma non sessuale, il paziente viene aiutato a superare la soluzione illusoria (omosessualità) del suo bisogno vero, che è sbloccare l'arresto dello sviluppo della sua identità maschile.
Il paziente inconsciamente lo "sa", come esemplificato dalla risposta dell'adolescente che invitato dal terapeuta a stabilire un rapporto di amicizia con un compagno per cui prova attrazione erotica si rifiuta dicendo: "non voglio, perché l'attrazione sessuale sparirebbe".
In sintesi, è attraverso la interiorizzazione/elaborazione della relazione uomo-uomo che si svilupperà inizialmente con il terapeuta che sarà possibile "esportare" questo modello nelle relazioni esterne.
L'importanza di imparare a fare amicizie maschili non erotiche diventa la palestra concreta,uno dei temi /laboratori predominanti da sviluppare.
La pulsione omosessuale è infatti molto correlata alla ricerca inconscia erotizzata di:
      1. Bisogni emotivi: attenzione, affetto, approvazione
      2. Identificazione bisogni genere (maschile), necessità di affermazione
L'omosessuale cerca il legame maschile per la sua alta ambivalenza ma anche perché questo bisogno intenso è difesa contro una paura intensa.
La pulsione omosessuale è tuttavia una soluzione illusoria, che non arriva a "risolvere" questa situazione di distacco emotivo e relazionale dalla propria identità di genere.
Molto del lavoro terapeutico è focalizzato ad affrontare e risolvere la paura degli uomini. Questo tipo di paura è provato comunque anche nella relazione terapeutica.
      - Paura=anticipazione della vergogna

Dal punto di vista relazionale, esistono quattro categorie di amicizie per gli uomini omosessuali, e va chiarito che sono livelli diversi su cui lavorare in modo diverso.
1. Amicizie gay
2. Amicizie non-gay
3. Amicizie eterosessuali
4. Amicizie eterosessuali con attrazione sessuale
E' chiaro che le modalità di relazione gay non appagano la persona che chiede di fare un percorso come quello della terapia ricostituiva , tuttavia è proprio la difficoltà ad instaurare amicizie maschili non erotiche (non gay) a costituire il primo banco di prova, molto prima di pensare di affrontare il capitolo delle amicizie eterosessuali e tanto più quelle connotate sessualmente.
Tralasciamo il capitolo "amicizie gay" perché già sulla terminologia "amicizia" ci sarebbe una serie di importanti sottolineature da fare (instabilità relazionali, disillusioni, infedeltà, scivolamento quasi inevitabile nella erotizzazione etc) che stornerebbero l'attenzione dal punto focale, cioè lo sviluppo delle amicizie maschili non erotiche.

Un punto da affrontare in seduta potrebbe essere: in che modo "confessarsi" o meglio rivelarsi ad un amico eterosessuale? Chiarire questo aspetto quasi"metodologico" è di grande importanza per aiutare la persona con pulsioni omosessuali a relazionarsi con gli "eterosessuali" con una minore ansia e anche perché riduce il rischio di fraintendimenti, aiuta ad "assorbire" eventuali rifiuti e a focalizzare e "detendere" alcuni aspetti di disistima molto frequenti. Per incoraggiare la persona omosessuale ad aprirsi ad amicizie con altri uomini non omosessuali bisogna enumerare i benefici che possono derivare dall'eliminare gli strati di segretezza, il nascondersi, il fingere. La sfida del "togliere la maschera". Concettualmente l'omosessuale di fronte all'uomo eterosessuale dentro di se pensa "se lo sapesse davvero (della mia omosessualità, naturalmente) , penserebbe meno bene di me".
Va aiutato a valutare l'amico o meglio la sua abilità di rispondere positivamente ad un tipo di confidenza così importante: relazionarsi da uomo a uomo in modo positivo richiede che vi sia equilibrio e tranquillità rispetto alla propria identità, quindi che sostanzialmente non ci si senta "minacciati" da questo tipo di confidenza.
In questo senso lo psicoterapeuta stesso è chiamato ad un sorta di sfida, ad una autovalutazione preliminare estremamente importante, se veramente vuole lavorare con questo tipo di pazienti.
Vanno scoraggiate forme di comunicazione del tipo "sono omosessuale" o "sono gay"
Invece il paziente va incoraggiato a spiegare la storia dell'infanzia - padre, madre, fratello maggiore, rapporti con coetanei, eventuali abusi sessuali, tutti elementi da cui possono essere derivati di conseguenza insicurezza maschile, inadeguatezza, incertezza di genere, e quindi il bisogno di trovare legami maschili, comportamenti sessualizzati con persone di sesso simile come "tentativo riparativo". Solitamente il risultato che emerge da questa analisi è del tipo: "dall'esperienza vissuta ho imparato che questo (amicizie maschili sessualizzate) è quello che non voglio, ora sto lavorando su chi sono". Con una conclusione "classica" :"Piuttosto mi sto rendendo conto che ho bisogno di buone sane strette amicizie maschili: di TE".
Questa formulazione aiuta molto ad allentare la diffidenza e ad incrementare la effettiva apertura da parte degli uomini eterosessuali, perché non li "minaccia" direttamente come soggetti erotici, turbandoli, ma al contrario stimola la condivisione e il senso di collaborazione, personale e di gruppo.
Aiutare un omosessuale a comprendere "Che cosa desidero da un amico":
1. Comprensione: un'amico non-gay,è una figura positiva, un'identità "compiuta" (anche se talvolta mitizzata, che è come un traguardo nella ricerca della identità attualmente in corso
2. Accettazione basata sulla accoglienza dell'essere profondo, non sulla condivisione di uno stato di "diversità" o di "minoranza": un amico non gay ti accetta come persona non come omosessuale simile lui.
3. Sostegno attivo: un amico che aiuta a lottare e non a tacere, che mi supporta in ciò che cerco di realizzare ed esprime la partecipazione alla mia lotta, mi sa abbracciare senza paura né turbamento.
Il bisogno di contatto fisico va analizzato e spiegato, perché può essere fonte di fraintendimenti con l'uomo eterosessuale (che tuttavia quasi mai menziona il problema). Al paziente, perché lui stesso possa essere in grado di esemplificarlo agli amici, in questo caso si deve insegnare- chiarire quanto importante può essere per lui questa forma di contatto ma anche chiarito come agli uomini in generale culturalmente nella nostra società è precluso come gestualità mascolina l'abbracciarsi o baciarsi (naturalmente non erotico) come frequentemente fanno le donne.So che alcune metodologie della terapia ricostituiva dell'omosessualità maschile utilizzano forme di abbraccio-fisioterapia tipo "maternage" uomo-uomo: personalmente ho delle riserve su questo approccio. La pacca sulla spalla, l'accoglienza dello sguardo ma anche la tipica "scabra" gestualità maschile è adeguata e sufficiente come "modello" nella relazione terapeuta paziente come modello esportabile di relazione uomo-uomo.

Il rapporto con la donna:
Abbastanza tipicamente il "compito" del bambino pre-omosessuale era far contenta la madre: era cioè stata provata angoscia profonda di fronte alla disapprovazione, delusione, dispiacere della madre, con conseguente perdita dell'io autentico, spontaneo, maschile e per contro acquisizione del comportamento da "bravo bambino".
Da adulto con le donne il "bravo bambino" diventa un uomo tranquillo, remissivo, debole, proiettando su di loro i sentimenti della mamma ma sviluppando nello stesso tempo rabbia, risentimento, addirittura odio. Questo perché la perdita dell'io autentico causa rabbia, risentimento.
La reazione eterosessuale naturale (uomo-donna) è ostacolata quindi da due barriere:
1) Paura: (angoscia che è anticipazione della disapprovazione)
2) Rabbia (risentimento per la perdita dell'io)
Il lavoro da fare con il paziente è duplice:
1) Disidentificazione dalla madre
2) rapportarsi con la persona (donna) reale

Le modalità di relazione eterosessuale con componente sessuale (matrimoniale o convivenze) che si realizzano in alcune persone omosessuali dopo il superamento della fase omosessuale sono riassumibili come segue, basandosi sui dati elaborati da un migliaio di casi di pazienti che hanno abbandonato con successo e stabilmente lo stile gay.
Mentre l'uomo eterosessuale passa da una forma di attrazione "sessuale" ad una forma di intimità basata sulla stima e sulla amicizia, nell'uomo omosessuale invece il recupero della propria dimensione di genere (mascolinità eterosessuale) prevede la scoperta della donna attraversa le tappe della persona amica, l'instaurarsi di una relazione di affetto e quindi in seguito l'espressione sessuale dell'affetto.
Andranno evitati appuntamenti di stampo omosessuale; sono utili invece incontri ma gruppi sociali misti. Con estrema chiarezza andrà anche prospettata, soprattutto all'omosessuale con storia di comportamento attivo, la "cattiva notizia" che non potrà mai avere la stessa intensità sessuale del sesso omosessuale: questo proprio perché il piacere sessuale non sarà amplificato da quella carica di tensione nevrotica che invece caratterizza l'agito omosessuale. Nell'ambito dell'eventuale relazione eterosessuale che svilupperà in seguito, normalmente l'ex -omosessuale è solitamente attratto sessualmente solo dalla moglie/compagna ma non da altre donne, perché con essa avrà approfondito e sviluppato quella peculiare capacità di "fidarsi e di aprirsi".
La sessualità non risponde più ad un meccanismo riparativo di stampo nevrotico.
Il blocco dell'attrazione sessuale per le donne (attrazione eterosessuale) può essere sbloccato anche con l'aiuto di una donna che è riuscita a fare breccia nell'isolamento profondo della persona con la sua comprensione ed il suo amore.Anche per questo spesso la persona che ha abbandonato con successo lo stile di vita gay è fedele a sua moglie e non desidera altre "femmine" ma vive profondamente il suo rapporto con lei, appagato come persona...e questa è una buona notizia per le mogli!
Dalle testimonianze concrete risulta chiaramente come per chi ha superato la omosessualità il rapporto fisico con la moglie non è eccitante come lo era stato con gli uomini. La differenza che viene riportata dalle persone stesse è simile a quella che intercorre tra una ubriacatura e il bere normalmente, apprezzando l'aroma, il sapore, il bouquet, il retrogusto etc di ciò che si beve. Il rapporto con la moglie quindi è considerato più gratificante perché più profondo, intimo , personale: il marito si sente innanzi tutto integrato con la sua vita nella sua interezza e perciò a differenza di prima è in pace con se stesso prima ancora che "in un ruolo".

Il lavoro da fare a livello psicoterapeutico spesso è lavoro che coinvolge la famiglia , soprattutto quando si ha a che fare con bambini pre-omosessuali o adolescenti, o comunque giovani ancora non consolidati nel comportamento omosessuale. Esiste un modello abbastanza consueto di setting famigliare che favorisce l'insorgere di pulsioni omosessuali, e che comunque va analizzato anche con il paziente adulto, la cosiddetta famiglia narcisistica "triadica"
Nel modello triadico classico, equilibrato, vi è appunto equilibrio tra i bisogni dei genitori e quelli del bambino.
Nel modello sbilanciato che ha come centro i genitore, la "società-genitori" narcisistici è costituita spesso da una madre manipolatrice e da un padre remissivo in cui i bisogni della "società-genitori" vengono prima dei bisogni del bambino: il bambino viene "visto" funzionalmente al criterio della gratificazione dei bisogni narcisistici dei genitori, il comportamento del bambino viene valutato e vissuto nei termini di quanto li fa "sentire bene".
Molto sinteticamente, in questo contesto il vero io di genere del bambino maschio, i bisogni di affermare il suo vero io, minacciano la stabilità della "società-genitori". Il bambino viene tarpato nel suo bisogno di esprimere i suoi tentativi di mascolinità (disidentificazione dalla madre), sostanzialmente viene "punito" (isolamento affettivo, o almeno percepito come tale) quando tenta di affermarsi e perciò si crea un falso io per "accordarsi" cioè non perdere, non essere estromesso dalla relazione con i genitori, sopprimendo l'espressione del vero se. Ma anche se non si esprime e finge un falso io che non lo pone in conflitto con i genitori, si accorge di "perdere qualche cosa" (estraniamento dal sé). Alla vergogna (anticipazione del rifiuto) si aggiunge la rabbia e la ribellione, che vengono comunque esecrate e "punite" , quindi attraverso questo doppio laccio il bambino sperimenta la certezza di non avere vie di uscita.
Vanno inquadrati in questa ottica l'importanza della finzione, dell'"immagine" e dell'apparenza di "bravo bambino" che sostituiscono la spontanea aggressività bambinesca e che diventano nell'adulto aspetti narcisistici associati con l'omosessualità maschile
Il falso io "il Bravo Bambino" è quindi una forma difensiva.
L'isolamento emotivo tuttavia porta alla privazione dei:
A. Bisogni di genere (maschili)
B. Bisogni affettivi (emotivi): attenzione, affetto, approvazione
La famiglia narcisistica utilizza il "doppio laccio" che veramente mantiene il bambino in una sorta di sudditanza "obbligata" ancorché inconscia. Il bambino ferito infetti, comunque ha bisogno della relazione coi suoi genitori e quella forma di relazione diventa l'unica possibile, quella che "fa soffrire di meno", che permette la sopravvivenza, la non espulsione definitiva.
Vediamo più in dettaglio cosa significa questo"doppio laccio" o situazione senza uscita:
1. La manifestazione spontanea da parte del bambino del vero genere del suo io mascolino infastidisce la madre manipolatrice che spesso non accetta il marito, ma anche il padre che esprime caratteristiche di debolezza, remissività.
2. I genitori reagiscono "punendo" il bambino che viene negletto (isolamento affettivo, abuso verbale, fisico etc).
3. Il bambino prova una perdita di attaccamento sia verso i suoi tentativi di mascolinità che verso la relazione e manifesta rabbia, tristezza, cruccio, delusione, ecc.
4. I genitori reagiscono con una seconda fase "punitiva"
5. Il ragazzo abbandona (rinuncia) all'auto ambizione dei bisogni spontanei del suo vero genere (deve svuotarsi) per l'mantenere l'attaccamento compromesso del genitore.
6. Ha vergogna (anticipazione del rifiuto) dei suoi tentativi di realizzare l'io maschile.

Il concetto di vergogna va chiarito rispetto alla nozione comune.
Innanzi tutto va distinto un temporaneo "momento di vergogna" (provato sporadicamente per avere affermato la sua identità mascolina e la sua spontanea identità) da quello che è un continuativo "atteggiamento di vergogna" (prima chiamato distacco difensivo), in cui, a furia di non venire accettato nei tentativi di affermazione spontanea della mascolinità si abitua al rifiuto e si "aspetta" di venire sempre rifiutato.
Va anche chiaramente distinta la vergogna rispetto al senso di colpa:
      - Senso di colpa: "il mio comportamento è cattivo, ho fatto una cosa cattiva". E' la reazione per una azione specifica cattiva che genera rimorso, rimpianto, pentimento con possibilità di uscita liberatoria (riparazione). E'centrato sugli altri
      - Vergogna: a furia di aspettarsi la punizione il soggetto si convince "io sono cattivo", la vergogna è centrata su se stesso e crea angoscia, paura, stretta al petto, ansia.
Un esempio concreto: il paziente dice " io mi relaziono alle persone non come a persone ma come a giudici negativi con opinioni negative su di me. Anticipo sempre il loro rifiuto ma non sono mai preparato a riceverlo".

Si possono manifestare a questo punto due atteggiamenti comportamentali che in realtà sono difese contro la sensazione dell'io vergognoso-difettoso:
1. Narcisismo manipolativo - dinamico (centrarsi su di se e basta manipolare gli altri e le situazioni per i propri fini, esibizionismo per essere oggetto e centro di attenzioni da parte degli altri).
2. Falso io costrittivo - evitatore.
(immagine della sfera con tre livelli: vero io, io vergognoso, falso io esterno)

Come distinguere un "falso io" dal "vero io"? Utilizzando nella seduta psicoterapica una classica semiologia psicologica, cioè facendo emergere nel rapporto psicoterapeuta-uomo paziente-uomo segni di maturità di genere da altri di "mascheramento" o difesa. Ne elenco alcuni, suddividendoli per maggiore chiarezza in due gruppi: le caratteristiche rilevabili (a) dentro se stesso e (b) nelle relazioni con gli altri
a) Segni di Vero Io (dentro se stesso)
Maschile
Adeguato, Alla pari
Sicuro, Fiducioso, Capace
Prova emozioni autentiche
Pieno di vita
Fiducia fisica
Forte, Autonomo
Accetta le imperfezioni fisiche
Attivo, Decisionale
Creativo
a) Segni di falso io, io narcisistico (dentro se stesso)
Non maschile
Sentimento di inferiorità, inadeguatezza
Insicurezza, sfiducia, sensazione di incapacità
Emotivamente "morto" o troppo emotivo
Depresso
Oppresso da goffaggine angosciosa
Controllato e manipolato dagli altri
Perfezionismo
Passività, Esitazione
Stagnante

b) Segni di vero io (nella relazione con gli altri)
Attaccato
Estroverso
Spontaneo
Capace di perdono, comprensivo
Genuino, Autentico
Cerca altri
Animato
Affermativo, Espressivo
Maturo nei rapporti
Rispettoso del potere degli altri
Fiducioso
Integrato, Aperto
Rapporti con il sesso opposto
Vede gli altri uomini come lui
b) segni di falso io/io narcisistico (con gli altri)
Distaccato
Introverso
Controllato
Vendicativo, Risentito
Falso, Recitante
Evitante
Pietrificato
Non-affermativo, Inibito
Immaturo nei rapporti
Risentito del potere degli altri
Diffidente
Doppia vita, chiuso
Capire male il sesso opposto
Preso dal "mistique" degli altri uomini

Riassumendo l'intera dinamica potremmo dire che il tentativo di affermazione caratterizzato dalla rabbia (emozione che fissa dei limiti) e la paura (vergogna: angoscia di una anticipata disapprovazione) generano una zona grigia.
La zona grigia potrebbe essere definita come un insieme variegato connotabile da aggettivi come: "io"solitario, scoraggiato, triste, intorpidito, sconnesso, separato, isolato, indifferente, senza speranza, debole, piatto, chiuso, sconnesso, morto...
In effetti la tipica frase del paziente è "il mio problema non è l'omosessualità ma tutto il resto".
Esiste però una evidenza in questi pazienti : l'azione omosessuale come imposizione di ripetizione.
Tre aspetti dell'imposizione di ripetizione:
A. Una forma di auto-castigo
B. Un tentativo di auto-dominio
C. Un evitare il conflitto originale
Questi aspetti applicati all'azione omosessuale manifestano una negativa ammissione: "io sono carente", esprimono un impulso riparatore rispetto ai bisogni d'identificazione, ai bisogni affettivi, all'affermazione dei bisogni dell'io genere.
L'uomo omosessuale, distaccato suo malgrado da una mascolinità di cui si sente deprivato ed eroticamente attratto , grazie all'autentico contatto non sessuale con un uomo eterosessuale accogliente e forte che lo capisce e lo rispetta e lo aiuta a sciogliere il doppio legame della vergogna e della rabbia, solitamente gradualmente "rilascia scorrere" liberamente impulsi e sentimenti divenuti accettabili perché compresi, e ciò permette all'identità maschile di affiorare e crescere.
Al doppio laccio derivato dalla famiglia narcisistica triadica in cui ogni relazione viene nella mente del paziente ad essere identificata con il genitore/figure non accettante viene contrapposto terapeuticamente un doppio cerchio (o doppio legame) con il terapeuta, che nello stesso tempo tenendo affettivamente centrato su impulsi e sentimenti che vengono esaminati e capiti il paziente lo accoglie e lo contiene affettivamente.

Schematicamente : il terapeuta si trova davanti a queste strutture mentali:

Triangolo del conflitto:
A=angoscia                 A----------D
D=difesa
I/S=impulso/sentimento           I/S

Triangolo della persona:                 T-----------C
T=transfert
C=figure attuali (positive)                 P
P=figure genetiche passate

Il terapeute esamina il materiale presentato dal paziente, individua il conflitto e lo descrive. Il paziente trasferisce su di lui la sua angoscia, si identifica e si "libera" dalle figure genetiche del passato. Ripeto: impulsi e sentimenti divenuti accettabili perché compresi nell'ambito del contenimento affettivo possono riprendere a scorrere liberamente e l'identità maschile torna ad essere libera di crescere. Nella seduta psicoterapica si lavora su tre livelli:
Materiale presentato (contenuti), quindi identificazione dei conflitti esperienza valutata nel triangolo del conflitto per procedere verso la comprensione (conoscenza) operando nel triangolo della persona.

La metodologia prevede che il terapeuta agisca opponendo al doppio laccio nel quale è intrappolato il paziente un "doppio nodo" intra ed interpsichico: mantenendo il paziente affettivamente centrato e operando un contenimento affettivo su di lui affrontando rabbia ed affermazione (icona: l'uomo si deve abbracciare psichicamente lasciandosi abbracciare dal terapeuta).

Vanno però puntualizzati alcuni aspetti : il primo è che il percorso psicoterapico non è indolore!
Il ruolo della fatica della pena nella terapia è argomento da affrontare
La fatica della pena va chiaramente spiegata, così come la gradualità dell'avvicinamento al nucleo del vero io mascherato dagli strati narcisistici/difensivi del falso io.
Avvicinarsi al danno del nucleo dell'io ha un effetto che richiede contenimento affettivo ed empatia vera: solo vedendo in faccia il bambino ferito lo si può aiutare a guarire anche se questa visione "fa male" (al paziente, ma anche al terapeuta).
Tristezza e rabbia: sono sentieri paralleli al dolore (alla pena) che vanno pure messi in conto e spiegati, così come momenti di regressione difensiva, fuga indietro etc.

Le difese contro il dolore (la pena) che il terapeuta è chiamato ad identificare e aiutare a focalizzare con il paziente sono le illusioni e le distorsioni.
Illusioni: una visione eccessivamente positiva non realistica del passato e del presente. Comunemente: nuove attrazioni dal sesso uguale, il padre "abbastanza buono", "quell'amico particolare", ricadute nell'io narcisistico e nel falso io
Distorsioni: una negativa visione non realistica. Distorsioni comuni:"Sono irrimediabilmente carente", "Non sono abbastanza uomo", "Non sono amabile"

Rispetto alle reazioni per la fatica del dolore l'azione omosessuale come opportunità difensiva in corso di terapia ricostituiva è caratterizzata da una ripresa di eccitazione sessuale. L'impeto genitale, l'eccitazione, la "carica"erotica, con agito avventuroso ed irrequieto sono reattivi a questo procedere verso gli strati profondi della persona. Non per questo la terapia va considerata perduta, anzi.Vi possono essere alti e bassi e marce indietro e avanti. La maturità del terapeuta e la sua supervisione- confronto con colleghi in questo senso è piuttosto importante. Nella nostra clinica lavorano con me in 7 e la supervisione e il confronto clinico sono costanti.
Il paziente va anche rassicurato rispetto a non preoccuparsi per eventuali "recidive" o recrudescenze di pulsionalità omosessuale: sono normali fasi reattive e richiedono la decisione a perseverare.
La terapia ricostituiva non è infatti "castrazione" della pulsione omosessuale (che esploderebbe in altro modo) ma ricerca dell'identità attraverso strati di detriti e costruzioni difensive magari consolidate da anni o magari da decenni.

Un'altra forma di reattività difensiva completamente diversa dalla ripresa omosessuale complulsiva è quella del cosiddetto "impaccio dell'adesso", inteso come stagnazione nella zona grigia: il paziente si definisce triste, isolato, deluso, solo, intrappolato, sconnesso, vacuo, vuoto, cavo, una nullità, nell' oscurità oppresso da dolore, pena, cruccio, ferito.
Dolore, rabbia,tristezza, espressioni come "Sarò sempre solo","Non sarò mai amato","Non mi succederanno mai cose buone". Anche qui il ruolo del terapeuta accogliente e forte è molto importante per "dragare" il paziente verso una ripresa del libero fluire di impulsi e sentimenti.

Quando mi chiedono quanto "efficace" è la terapia ricostituiva onestamente mi sento di dire: 1/3 di pieno successo (persone che hanno superato compiutamente l'omosessualità, orientandosi sintonicamente stabilmente ed armoniosamente nella eterosessualità anche con forme di legame sessuale stabile con l'altro sesso. 1/3 di miglioramento della identità globale della persona, con capacità di gestirsi in modo meno "nevrotico" e un terzo di "fallimento" inteso come persistenza nella omosessualità indesiderata. Queste percentuali direi che si collocano nella media di "successi" della psicoterapia in vari altri campi.

Vorrei qui concludere, sapendo di avere appena accennato a molti aspetti, sottolineando che culturalmente nel presentare la terapia ricostituiva è inutile opporsi ai gay politicizzati che sono in genere persone intelligenti che traggono molti vantaggi dal falso "io". Essi distruggono i tentativi per i sofferenti (i cosiddetti omosessuali distonici) in quanto l'idea stessa di terapia metterebbe in crisi il falso sé. E' abbastanza tipico che attivisti gay cerchino posti di comando per dettar legge, "vendicandosi" e facendo sentire sbagliati o inferiori gli eterosessuali, distruggendo i terapisti con l'opposizione mediatica, sociale e politica.
La vera azione di accoglienza terapeutica è ascoltare le istanze degli omosessuali sofferenti, offrendo una possibilità di lettura alternativa del loro disagio. La terapia ricostituiva è una possibilità che, mai coercitiva, deve potere essere conosciuta ed eventualmente esplorata, nel rispetto della libertà di scelta rispetto al cliché obbligato che legge la distonia come risultato obbligato della omofobia sociale interiorizzata che si risolverà con l'accettazione e normalizzazione dell'omosessualità. Rispetto al concetto di omofobia sociale interiorizzata, questo luogo comune è smentito dai livelli di infelicità enormi rilevabili in città "capitali" di omosessualità accettata come S.Francisco e Los Angeles.
Culturalmente quindi è importante formare e moltiplicare i terapisti e le possibilità di "guarigione". Alla prova dei fatti le testimonianze fanno crollare gli impianti delle falsità, più la gente supera il problema più facile è che cambi culturalmente l'opinione pubblica e migliore sarà l'educazione e probabilmente la società stessa.
In USA la Chiesa ha fatto due errori opposti : non ha preso atto del problema per "buonismo" (confondendo accettazione della persona con accettazione del comportamento) o al contrario si è arroccata su posizioni di dura condanna ed isolamento senza offrire strumenti di lettura psicologica e vie di uscita "terapeutiche". Una soluzione percorribile invece è quella di molte chiese (episcopali, presbiteriani, mormoni e per un 10%, anche della Chiesa Cattolica): farsi carico anche economicamente della terapia delle persone che chiedono aiuto ma non hanno i mezzi (la psicoterapia è sempre a pagamento) per liberare le persone dalla sofferenza e allargare la base della testimonianza "dal basso" sulla verità dell'identità di genere.
Culturalmente sono estremamente carenti corsi per terapeuti e anche corsi di antropologia che sottolineino in generale, al di là della tematica omosessuale, il ruolo della fatica e della pena nella vita umana (l'"andare oltre").




Updated: 8 February 2008

Defend the truth!  Make a difference.
 
Search
FIND A THERAPIST  click here
November 5, 6, and 7, 2010
NARTH Convention & Training Institute
The Philadelphia Airport Marriott


MORE INFO COMING SOON